
L’influencer Fatigue
Dai colleghi oltre oceano arrivano statistiche molto poco promettenti nel mondo dell’influencer marketing.
Infatti vediamo un calo dell’engagement significativo per tutti i creator.

Ciò ovviamente non piace a tutti i reparti marketing delle varie aziende, che a fronte di un investimento, vogliono quantificare un ritorno per l’azienda.
Ma se la visibilità non c’è come facciamo a stimare il ritorno? Eh questo è un bel problema.
C’è anche da dire che le piattaforme non stanno aiutando i creator dai grandi numeri, ma per levare l’egemonia a pochi selezionati e combattere la strategia dei follower comprati, hanno modificato l’algoritmo per renderlo più democratico (😂).
Di “democrazia” c’è poco, pochissimo, ma sappiamo che i social non sono – oggi – delle macchine di beneficienza.
Semplicemente danno la speranza anche ad altri di crescere contribuendo all’intrattenimento degli utenti con contenuti sempre nuovi e proposte quantomeno diverse.
Ed è proprio qui che si inserisce l’influencer fatigue, quella stanchezza degli utenti di vedere i contenuti sempre più vicini a spot pubblicitari che dei contenuti creativi.

Eppure vi assicuro che io vedo diversi creator che riescono ad inserire con una fantasia invidiabile dei prodotti nei loro reel, senza diventare il Giorgio Mastrota di Instagram.
Quel “ultimo giorno per la promo” si è trasformato in 24h. Tempo di una storia.
Dove sta la colpa in questo scenario? Beh, io parlerei più di responsabilità: è da entrambe le parti, ovviamente, come per tutte le cose.
Se da una parte i creator, che hanno bisogno di guadagnare, si devono “piegare” a richieste sempre più rigide da parte delle aziende, in modo tale che queste si garantiscano un ROI che possa essere chiamato tale, dall’altra le aziende rischiano sempre meno.

D’altronde anche io vado sempre molto cauta con i soldi degli altri, non ci dormirei la notte.
Ma da qui ad essere paralizzati nella comunicazione pubblicitaria degli anni novanta, ce ne passa, “signora mia”.
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Da quanto riporta un articolo di Youmark, basandosi su una ricerca di ypulse, il 71% degli utenti è più propensa ad acquistare un prodotto consigliato da un amico che da un’influencer.
Non ti riporto gli altri dati perché, nonostante abbia cercato non ci sono i dettagli del campione di riferimento per stabilire certe percentuali, quindi… Di che parliamo?
Quello che possiamo fare è indubbiamente un’analisi critica rispetto a quelli che sono i nostri consumi e la nostra user experience verso gli influencer: quanto acquistiamo quando ce lo consigliano?
Ovviamente questo processo introspettivo viene fatto se sei una piccola azienda che magari non ha grandi budget per fare delle analisi di mercato.
– Se sei un colosso del commercio, probabilmente sarai troppo impegnato e impegnata a fatturare per leggermi –
Io credo che stiamo arrivando ad un bivio, dove la scelta a tutti i costi di usare uno strumento, come quello dell’influencer marketing, non si può accostare ad aziende che non vogliono dar spazio a creatività e storytelling.
Grazie per aver letto l’articolo, spero che ti sia piaciuto!
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